Concepción Jeronima n. 2

Ramirez Concepción JeronimaGuido in direzione Levante, come ogni martedì, con lo sguardo sul Porto Antico e nelle orecchie la disco-music delle estati sul balcone di mia nonna Magda, tra i gridolini di Frida e Agnetha, la febbre del sabato sera, e l’imperituro «senza te» di Claudio Baglioni che squassava la pennichella dei gatti di Oregina, uno dei grandi quartieri popolari di Genova, una distesa di palazzi rossi e gialli poco sopra la stazione Principe. Erano le quattordici, invariabilmente, da giugno a settembre, il mio amico Maurizio, da poco chiusa l’edicola, senza nemmeno lavarsi le mani, entrava in casa, spalancava le finestre ed accendeva lo stereo, girando la manopola del volume fino ad almeno metà. Baciotti. Baccarà. Alunni del Sole. A volte Deep Purple.

Seduto sul balcone, sotto una tenda verde, accompagnavo le sue scelte musicali con una cartellina da disegno, di quelle in cartone lucido e l’elastico laterale; una protochitarra che pizzicavo col pollice, emettendo suoni smorzati e flosci. Fin quando, più o meno verso i tredici anni, mio padre non avrebbe finalmente deciso di regalarmi la prima agognata Eko. Una chitarra di legno chiaro, dall’odore a metà tra le figurine e la falegnameria: un’essenza memorabile, inconfondibile, incancellabile.