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Una tragedia di ringhiera

sarah bernhardtEpisodio biblico dalla naturale vocazione teatrale, il capriccio della principessa Salomé che chiede in dono la testa di San Giovanni il Battista riemerge dalla polvere dei secoli verso la metà dell’Ottocento grazie all’interessamento di Heinrich Heine, prima, e di Mallarmé, Flaubert, Laforgue e Maeterlinck, poi.

Tragedia di ringhiera, prevedibilmente destinata alla forbice della censura prima che alla bacchetta della critica, frusto fiore di bordello pronto a rinascere con colori e profumi sempre nuovi ogni qual volta il lezzo della catastrofe addensa l’aria, dalla narrazione lirica di Eugenio de Castro del 1896, al mimodramma di Florent Schmitt, del 1907, fino alla rilettura cinematografica di Al Pacino, nel 2011, Salomè è un’opera che non smette di confermarsi maudit per eccellenza, una scommessa drammaturgica la quale, ancorché quasi sempre perfetta e di qualità assoluta, non riesce ad assurgere a classico e ad affrancarsi dalla connotazione di compiaciuto jeu d’esprit derivatale in larga parte dalla rilettura «mezzo biblica mezzo pornografica» operata da Oscar Wilde nel 1891 ma anche, e non meno, dalla corrispondente versione operistica di Richard Strauss, di qualche anno più tarda, così come da quella teatrale e cinematografica di Carmelo Bene, negli anni Sessanta.