Flamenco al cinema

flamenco al cinemaA proposito di flamenco al cinema non si può prescindere da Carlos Saura e Jaime Chávarri, l’uno cronista dell’emancipazione del flamenco dall’oleografia, l’altro biografo di un mito quale Camarón de la Isla. Saura, in particolare, giunge a maturità artistica in coincidenza con la caduta del franchismo, fungendo da ponte tra il cinema di regime degli anni Cinquanta e il NCE o «Nuevo Cinema Español».

La relazione tra flamenco e cinema ha tuttavia origini più antiche. Sono passati pochi mesi dal dicembre 1895, quando il proiettore inventato a Parigi fa il suo ingresso in Spagna, portato dai tecnici degli stessi fratelli Lumière, incontrando scenari di arretratezza che resteranno impressi nelle sequenze sociali e pedagogiche tipiche del cinema spagnolo delle origini. Del 1909 è la prima ripresa ufficiale di una performance di flamenco. Ha la forma di un “corto”, teso a catturare l’esibizione di El Mochuelo, un popolare cantaor di Siviglia.

La relazione tra flamenco e cinema

L’età del muto non impedisce al baile di essere protagonista di questi primi tentativi filmici dai quali, negli anni Trenta, discenderanno le prove delle tre corone: Pastora Imperio, La Argentinita ed Imperio Argentina.

La prima, musa di Manuel de Falla per El amor brujo, è protagonista nel 1914 de La danza fatal, e poco più tardi de La reina de una raza e di Gitana Cañí. Si tratta di film modesti, che attraverso il baile provano a fornire una lettura attualizzata e più indulgente della condizione gitana. La Argentinita resterà la star di Flor de Otoño (1916) del nostro Mario Caserini, e di una farsa (zarzuela) di cui il protagonista è il torero professionista Miguel Cuchet. Imperio Argentina, infine, offrirà la propria arte alla cinepresa ne La Hermana San Sulpicio (1927), del regista e all’epoca convivente Florián Rey, e poi, in Rejas y votos, un’altra zarzuela ambientata in un’Andalusia folclorica.

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