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Il suono delle perle di vetro

ratti Giuoco perle di vetroScrittore prolifico e solo apparentemente facile, a differenza dell’amico Thomas Mann, Hermann Hesse non è tipo da stare sul pezzo fin quando la pagina non è compiuta, e si limita piuttosto a faticare il tanto che basta per «far cantare l’uccellino».

Nel caso del Giuoco delle perle di vetro a far cantare l’uccellino è l’intento di opporre all’idolatria nazista «un’idea della Germania e della natura tedesca che porto in me sin dall’infanzia, e ad essa ho dichiarato il mio amore – a maggior ragione perché odio fortemente tutto ciò che oggi è specificamente tedesco». Un’opposizione affidata alla fuga dal presente mediante un espediente che, spostando l’asse narrativo del romanzo in un futuro indefinito, permette all’autore di osservare con maggiore lucidità una società che ha «già sorpassato il culmine di sviluppo e di fortuna», in «un periodo di decadenza che può forse trascinarsi ancora a lungo», perché siamo «in declino, siamo, credo, storicamente maturi per scomparire dalla scena».

È da questo osservatorio d’imminente Apocalisse – il romanzo vede le stampe a Zurigo nel 1943 – che Hesse perfeziona una delle sue riflessioni più complesse sul ruolo dell’intellettuale nella società e sulla concreta attualità e possibilità di contrapporre alla violenza dell’ideologia un modello interdisciplinare di humanitas mutuato da quell’idea di «armonia» su cui si fonda la musica colta occidentale e che trova compimento, paradigma e sintesi nell’opera di Johann Sebastian Bach.

È dei corali e delle cantate di Bach che risuona l’«idea della Germania e della natura tedesca» che Hesse, non meno che Mann, porta nella memoria, eco di un luteranesimo che la “fede feroce” del nazismo sta spazzando via, così come «quell’approfondimento della scienza musicale che incominciò poco dopo il 1900, nel periodo di massimo fulgore della terza pagina» ha favorito la decadenza del gioco delle perle di vetro, esercizio spirituale uscito dalla clausura di Castalia per diventare sofisticato quanto sterile ludus popolare.

Sintomo e simbolo di un uso autoreferenziale della cultura e di una deleteria osservanza della disciplina, il gioco di Hesse intreccia religione e musica evidenziandone la valenza coercitiva, della religione come uno dei legittimi mezzi della magia, e della musica come «mezzo energico e provato per “accordare” alcuni o molti uomini, per uniformare il palpito del loro cuore, il respiro e lo stato d’animo, per invitarli a invocare e scongiurare le potenze eterne, a danzare, a lottare, a partire per la guerra, a compiere riti sacri.»

Piergiorgio Ratti, Il gioco delle perle di vetro, Poema per orchestra, 2013, www.preludiomusic.com

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