Concepción Jeronima n. 2

Ramirez Concepción JeronimaGuido in direzione Levante, come ogni martedì, con lo sguardo sul Porto Antico e nelle orecchie la disco-music delle estati sul balcone di mia nonna Magda, tra i gridolini di Frida e Agnetha, la febbre del sabato sera, e l’imperituro «senza te» di Claudio Baglioni che squassava la pennichella dei gatti di Oregina, uno dei grandi quartieri popolari di Genova, una distesa di palazzi rossi e gialli poco sopra la stazione Principe. Erano le quattordici, invariabilmente, da giugno a settembre, il mio amico Maurizio, da poco chiusa l’edicola, senza nemmeno lavarsi le mani, entrava in casa, spalancava le finestre ed accendeva lo stereo, girando la manopola del volume fino ad almeno metà. Baciotti. Baccarà. Alunni del Sole. A volte Deep Purple.

Seduto sul balcone, sotto una tenda verde, accompagnavo le sue scelte musicali con una cartellina da disegno, di quelle in cartone lucido e l’elastico laterale; una protochitarra che pizzicavo col pollice, emettendo suoni smorzati e flosci. Fin quando, più o meno verso i tredici anni, mio padre non avrebbe finalmente deciso di regalarmi la prima agognata Eko. Una chitarra di legno chiaro, dall’odore a metà tra le figurine e la falegnameria: un’essenza memorabile, inconfondibile, incancellabile.

«Mi ricorda le barche a vela» avrebbe commentato nel 1990 Salvatore, raffinato pianista debussiano e pregevole restauratore di scafi, annusando la sinuosa Concepción Jeronima n. 2, frutto dei miei primi guadagni d’impiegato, assemblata a macchina ma disegnata e costruita secondo le specifiche del vecchio José. Anche a distanza di oltre un secolo, il suo nome sarebbe rimasto quello della stradina di Madrid dove la famiglia del grande liutaio si era trasferita intorno al 1882, quando il nome «Ramirez» era già sinonimo di perfezione, e alla bottega di Don José si presentavano i migliori tocaores di Spagna, a commissionargli quella capacità di suono che il sempre maggiore afflusso di clientela nei locali del flamenco andava imponendo. E se dall’altra parte dell’Oceano il problema del volume era stato brillantemente risolto dai due fratelli cecoslovacchi che, inserendo nella cassa armonica un risonatore metallico – quella specie di cono kitsch – avrebbero fatto delle chitarre Dobro degli strumenti estremamente pesanti ma perfetti per il blues, Don José Ramirez I si sarebbe concentrato sulla qualità dei legni e sulle finiture, perfezionando chitarre dalla timbrica inarrivabile; strumenti non meno ingombranti e ostili delle Dobro ed altrettanto ideali per chi non volesse limitarsi alla produzione di suoni, e ambisse ad interrogare, e scavare, e mettere in discussione la polverosa retorica dell’ortodossia e dell’interpretazione.

Brian Whitehouse, The Ramirez Collection, History and Romance of the Spanish Guitar, ASG Music, 2009, ISBN: 0956279007

Spread the love

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *