Principesse

flaubert erodiadeScritto a Parigi e presto approdato nei salotti letterari, l’Atta Troll di Heine riscuote un certo successo e suscita l’interesse del poeta parnassiano Théodore de Banville, che ad Erodiade dedicherà un sonetto della sua raccolta Princesses, e a Salomé il sonetto “La Danseuse”, contenuto nelle più tarde Rimes Dorées.2 Siamo negli anni Settanta dell’Ottocento, e frattanto anche Stéphane Mallarmé ha cominciato a lavorare ad un’idea su Erodiade. Il poema, avviato nel 1864 e continuamente interrotto, vorrebbe costituire l’inizio di un più ambizioso progetto, ma resterà incompiuto, e sopravviverà in tre frammenti soltanto: l’Ouverture ancienne, la Scene e il Cantigue de Saint Jean. L’Erodiade di Mallarmé è una donna angosciata, insofferente e incapace di vivere il mistero del corpo, un’algida epifania di Bellezza e Morte, sempre sull’orlo della crisi, che, mentre si osserva allo specchio, confessa alla nutrice tutto l’orrore di essere vergine.

Su Erodiade si incentra poi l’omonimo racconto flaubertiano del 1876, che, forse ispirato dalla Salomè dipinta nello stesso anno da Gustave Moreau, descrive la protagonista come un’ambigua virago ed il Tetrarca come un raffinato esteta. Il Battista che inveisce contro Erodiade ha i toni severi del moralista disgustato dalla bramosia della vergine. Quanto a Salomè, quella di Flaubert non è l’isterica ragazzina descritta da Mallarmé, né la ieratica divinità di Moreau, ma un modello di bellezza già preda di quella corruttela spirituale che l’arte di fine Ottocento va ricercando sul suo corpo di vergine.

Alla Salomè di Moreau si riallaccia nel 1884 anche Joris Karl Huysmans, che per la stesura di A ritroso si consulta con Mallarmé e si fa inviare una copia della sua Hérodiade. Riproponendo le impressioni suscitate dal dipinto su Des Esseintes, Huysmans astrae Salomè dal tradizionale contesto biblico per collocarla nell’universo mitico-simbolico delle Grandi Madri pagane. Ed oramai introdotta in ambito simbolista la figura di Salomè suscita qualche anno più tardi l’interessamento di Jules Laforgue, il quale, nelle Moralités légendaires del 1887, le assegnerà un destino tragicomico, secondo una lettura originale e sarcastica che prendendo a modello la folle attrazione della fanciulla verso il Battista denuncerà la vanità e la pericolosità degli istinti primordiali. Aperta celebrazione del primato della cultura sulla natura, la Salomè di Laforgue cerca in tutti i modi di resuscitare il capo mozzo del Battista, baciandone gli occhi, scalpitando e gridando, ma fallisce ripetutamente ogni tentativo, e finisce per soccombere istericamente alla propria goffaggine:

«Coi gomiti sul davanzale dell’osservatorio Salomé, che ha in uggia le feste nazionali, ascoltava il mare intimo delle belle notti.[…] Ora lì, la testa di Giovanni (come già quella di Orfeo) brillava su un cuscino tra i frammenti della lira d’ebano, spalmata di fosforo, lavata, imbellettata, inanellata, ghignando ai ventiquattro milioni di astri. Non appena in possesso dell’oggetto, per sgravio di coscienza scientifica, Salomé aveva tentato i celebri esperimenti postdecollatorii di cui tanto si parla; se lo aspettava: i passaggi di corrente non provocarono sulla faccia che delle smorfie senza importanza. Un’idea, però, ce l³aveva. E dire che non abbassava più gli occhi dinnanzi a Orione! Per dieci minuti buoni s³irrigidì a fissare la mistica nebulosa delle sue pubertà. Che notti, che notti future per chi avrà l³ultima parola!… E quei cori, quelle salve di spari, là dove si stende la città! Finalmente si scosse, da persona ragionevole, rialzando il suo scialletto; e scovò su di sé il torbido e sabbiato opale d’oro grigio d’Orione che depose nella bocca di Giovanni come un³ostia; misericordiosamente, ermeticamente baciò quella bocca, e la sigillò col suo marchio corrosivo (procedimento istantaneo). Salomé attese, un minuto!…nessun segnale attraversò la notte!…con un ‘suvvia! vivace e irritato impugnò nelle sue piccole mani di donna quella zucca di genio… Desiderando che la testa cadesse in pieno mare senza prima fracassarsi sulle rocce delle fondamenta, prese un certo slancio. Il relitto descrisse una bastante parabola fosforescente. Oh! che nobile parabola! – Ma l’infelice piccola astronoma aveva calcolato assai male il suo slancio! sbilanciata oltre il parapetto, e con un grido finalmente umano! rimbalzando di roccia in roccia, Salomé finì rantolante dentro un anfratto pittoresco lavato dai flutti, lungi dai rumori della festa nazionale, lacerata al vivo coi suoi diamanti siderali penetrati nelle carni, il cranio sfondato, paralizzata dalla vertigine, insomma conciata, agonizzando per un’ora. E non le fu data neppure la grazia di vedere la testa di Giovanni che galleggiava sul mare come una stella fosforescente… Quanto ai cieli lontani, erano lontani… Così trapassò Salomé, almeno quella delle Bianche Isole Esoteriche; meno vittima del caso illetterato che dell³esser vissuta nel fittizio e non alla buona, come ciascuno di noi è uso fare.»

Gustave Flaubert. Erodiade, a c. di P. Preo e G. Benelli, Studio Tesi, 1995.

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