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Su musica e linguaggio

Sacks MusicofiliaL’idea guida del suono come principio fondativo di una metafisica e di una cosmologia della musica affonda le radici nella teoria armonica nota a Platone e perfezionata da Pitagora di Samo; ma molto prima che in Grecia, l’idea si trova nella religione induista e nella filosofia del Vedanta, le quali individuano nella musica parte di quei tre quarti del linguaggio che esulano la lingua logica e articolata ed il cui dominio afferisce al regno degli animali e degli dei. Una linea di pensiero che sembrerebbe trovare riscontri neurobiologici sulla scorta di osservazioni che lascerebbero intravedere […] una separazione cerebrale relativamente evidente tra linguaggio e musica. Tale constatazione non implica assolutamente che le due facoltà siano sottese da sistemi modulari. Solo il linguaggio potrebbe essere “speciale”, essendo organizzato nel cervello in modo particolare. La musica potrebbe essere invece legata a tutto ciò che non attiene al linguaggio, come per esempio i suoni familiari dell’ambiente in cui viviamo, le voci, i versi degli animali, e così via. La musica, come ogni evento non verbale, potrebbe avvalersi di un sistema più generico, la cui missione sia quella di capire e organizzare l’ambiente sonoro, fatta eccezione per la parola.

Diversamente dalla parola e dal linguaggio parlato, quindi, quella dei suoni e della musica potrebbe essere, più che un idioma conchiuso e codificato, una “organizzazione flessibile” della percezione sonora; una modalità di elaborazione della realtà acustica finalizzata a rendere intelligibili e controllabili forze e entità altrimenti destinate a costituire una minaccia costante per l’equilibrio dell’identità; qualcosa di destabilizzante, erotico, e insomma, appunto, “demonico”, strictu sensu, prima che demoniaco.

Per questo riscrivere le regole della grammatica musicale, quali ne siano gli esiti e i presupposti, significa sempre e invariabilmente mettere a repentaglio la stabilità di un ordine eminentemente psichico prima che estetico o morale. Un ordine che l’Occidente ha raggiunto a fatica, durante un plurisecolare processo di contrastata elaborazione che ha costretto l’approccio filosofico-numerologico delle teorie pitagoriche a scendere a patti con le problematiche della pratica strumentale e con le scoperte della scienza moderna. Il crescente primato di quest’ultima ha finito così col relegare giocoforza nella cantina della cultura quel sentimento di «armonia», intesa non in senso strettamente etimologico,3 ma appunto come Einklang, coincidenza di opposti, equilibrio e consonanza, che ogni musicista porta dentro di sé, per dono superiore, e che giammai si sognerebbe di manipolare, o deturpare, o utilizzare in maniera impropria per il puro gusto di fare del male, o, peggio ancora, per imperizia.

Si può, in parole semplici, suonare male, o comporre cattiva musica; ma in nessun caso ci si mette deliberatamente a far musica cattiva, operazione del resto non meno difficile che fare musica buona, anche perché, come ha ricordato Alessandro Baricco, commentando un pensiero di Adorno, «[…] nessun prodotto musicale è, a priori, o solo in virtù di qualche particolare intenzionalità, qualcosa di più che un prodotto di consumo. Diventa qualcosa di diverso nel momento in cui scatta nei suoi confronti l’istinto all’interpretazione. […] È tale “vita seconda”, e null’altro, che fa di un prodotto musicale un’opera d’arte, sottraendola alla logica del consumo puro e semplice.»

Oliver Sacks. Musicofilia. Adelphi, 2010.

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