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A lezione da Ziryab

ZiryabTra i vari esercizi di preparazione al canto prescritti dal sommo Abū l-Hasan ʿAlī b. Nāfiʿ, maestro dal carattere dolce e loquace e dalla pelle così scura da passare alla storia come Ziryab o «el pajaro negro», il principale consisteva nel far sedere il candidato sopra un cuscino di pelle, per valutarne la qualità e la potenza della voce. E se queste erano reputate sufficienti, l’aspirante allievo poteva iniziare l’apprendistato; in caso contrario, il maestro gli avrebbe fasciato stretto nel tessuto di un turbante il ventre, per rinforzarlo e permettere all’aria di dare il giusto volume alla parola. Ziryab era infatti un profondo conoscitore delle musiche indostaniche e baluchi, quelle che fin dalle epoche primitive hanno una connotazione spiccatamente sacrale e per le quali l’intera essenza musicale poggia sulla grandezza del Creatore, da cantarsi lungo le ore del giorno attraverso i sei Modi principali: il bhero, dalle quattro alle otto del mattino, l’hindo, dalle otto alle dodici, il mengh, da mezzogiorno alle sedici, lo sri, dalle sedici alle venti, il dipak, dalle venti alla mezzanotte, il malcos, da mezzanotte fino alle quattro.

Ammalianti e sinuose, sorrette dal ritmo di una vocalità purissima che si estende lungo cicli temporali scanditi da improvvisazioni di durata variabile, da pochi minuti a più ore, a seconda della fase del giorno, ognuna caratterizzata da un diverso colorito emozionale, ognuna contraddistinta dall’abilità del cantore nel convogliare l’intero sforzo sulla costruzione del sentimento, queste melodie provenivano dall’estremo Oriente, e Ziryab, che le aveva studiate a fondo, e ne padroneggiava le tecniche ed i più accurati dettagli, ne era talmente competente e preparato da istituire presto a Córdoba una scuola di canto destinata a restare un modello nei secoli, apportando nella didattica e nella pratica musicale innovazioni di fondamentale importanza. All’antico oud, un antesignano del liuto che all’epoca aveva quattro corde,1 Ziryab ne avrebbe aggiunta una quinta, collocandola tra la seconda e la terza, tingendola di rosso e battezzandola «corda dell’anima». Poi, da una piuma d’aquila, il Maestro avrebbe inventato il plettro, e grazie a questi provvedimenti lo strumento avrebbe acquisito una nuova dolcezza, e un’inaudita finezza espressiva.

Cuoco, profumiere, erborista, astronomo e geografo, fisico e matematico, artista poliedrico quanto dotto, Ziryab avrebbe dato vita in Andalusia a ciò che a tutt’oggi è considerato come il primo Conservatorio di Musica del mondo islamico. La sua fama di musicista e poeta avrebbe rivaleggiato con quella d’insegnante e pedagogo, tanto che è ancora

[…] una pratica abituale in Spagna che chiunque inizi a imparare la canzone, inizi con i relativi allegati (recitato in versi), come un primo esercizio, eventualmente accompagnato da strumenti a percussione, e subito dopo il canto semplice o normale, per continuare la formazione e arrivare alla fine al genere mosso, secondo l’insegnamento dei metodi introdotti da Ziryab.2

E mentre l’Europa era invischiata nel buio del Medioevo, gli insegnamenti di Ziryab avrebbero contribuito in al-Andaluz3 alla diffusione di una cultura fervida, mirabilmente intrisa di tradizioni arabe, cristiane, berbere ed ebraiche, di cui sensibilità ed emozionalità sarebbero rimasti alcuni tra i lasciti più preziosi per la civiltà iberica, oltre a una tradizione poetica matura ed anteriore all’Islam, che occupava un posto preminente nella letteratura e rivestiva una funzione sociale.

Figura centrale ne era il poeta, che, ritenuto ispirato, o posseduto, da uno spirito chiamato jinn, non solo intratteneva la tribù, celebrandone la storia e la gloria, ma le dava coraggio e forza, incitandone i membri a difendersi contro qualsiasi nemico, in una prosa rimata dalla quale avrebbe avuto origine la qasida, una forma metrica regolata da rigide leggi di struttura, rima e modalità recitativa, che avrebbe raggiunto la maturità già all’epoca di Maometto e che dal contatto con il carattere locale, dimesso e sensuale, ma proprio per questo capace di sedurre psicologicamente gli stessi Mori, avrebbe fatto dei poeti arabi d’Andalusia i cantori del lato passionale della vita, del vino e della donna, e della stupefacente natura del paesaggio, temi ricorrenti di una lirica che resiste come modello assoluto di codificazione del linguaggio e che per eloquenza viene considerata seconda soltanto al Corano.

Christian Poché. Ziryab musicien andalou. Ed. Riveneuve, 2012.

1 La prima era gialla, e simboleggiava la bile, la seconda rossa, a simboleggiare il sangue, la terza bianca, a simboleggiare la flemma, e la quarta nera, a simboleggiare la malinconia.

2 J. Ribera in Romero Bartolomé, Raúl, Hasday, El “hagib” del Califa, Madrid, Editorial Vison Net, 2007, p. 111 (TdA).

3 Letteralmente «terra dei Vandali».

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