Atta Troll

Atta Troll

Può darsi che l’ispirazione a scrivere Salomè sia provenuta a Wilde da un omonimo sonetto del fratello William, così come dalle pitture del Beato Angelico, di Lucas van Leyden e da una vetrata della Cattedrale di Burgos, ma la spinta decisiva è derivata quasi certamente dalla lettura di Flaubert, di Maeterlinck, e ovviamente dell’Atta Troll di Heinrich Heine, il poema che ha inaugurato la riscoperta di Erodiade e di quella sua figlia in odore d’incesto, il cui letale capriccio ha attraversato l’Antichità al largo dalle lettere prima di riemergere in un’invettiva di Dante contro Papa Giovanni XXII, e poi in un passo della Double Ballade di Villon dove si accenna a un «…saint Jehan Baptiste endecola / pour dances, sauls et chansonnetes».

Dopodiché l’episodio è ricaduto nell’oblio fino al 1843, quando Heine appunto ne ha inaugurato la riscoperta con un poemetto che celebra ironicamente una caccia all’orso nei Pirenei. Con la sua goffaggine l’animale è il simbolo delle faziosità letterarie e politiche, delle mode e delle contraddizioni della Germania dell’epoca, che l’autore satireggia con una caustica e riuscita versificazione in quartine.

Atta Troll viene pubblicato a puntate sullo Zeitung für die elegante Welt di Heinrich Laube 5 Nel poema non è Salomé a chiedere la testa del Battista, ma la madre, Erodiade, in linea con una tradizione che vede in costei una delle maggiori incarnazioni femminili del Male, e che trova riscontro anche nella Deutsche Mythologie di Jakob Grimm:

«[…] Il racconto della figlia di Erode, la cui danza è causa della decapitazione di Giovanni il Battista, dovette produrre un’impressione particolarmente profonda durante i primi anni del Medio Evo, e confondersi in vari modi con le fiabe. I poeti religiosi trattano il soggetto in maniera integrale e compiaciuta… S’immagina, che più per leggerezza che per malizia, (il suggerimento proviene infatti dalla madre famelica di vendetta), Erodiade (la figlia) venne condannata a vagare in compagnia di spiriti maligni e diabolici. Fu posta a capo delle incursioni notturne della “furiosa padrona” o delle streghe, in compagnia di Diana, Holda e Perahta, o in loro vece. … Infiammata di un amore non contraccambiato per Giovanni, quando il capo di costui le viene porto su un bacile, lei vorrebbe certo ricoprirlo di lacrime e di baci, ma la testa si ritrae, e prende a soffiarle potentemente contro, scagliando la sventurata nel vuoto, dove vagherà per sempre… Non v’è alcun dubbio, che molto presto nel Medio Evo il mito cristiano di Erodiade andò a mescolarsi con le nostre native fiabe pagane: su di esso sarebbero andate a innestarsi le dicerie sulla dama Holda, sulla “furiosa padrona” e sulle scorrerie notturne delle streghe, ed alla principessa ebraica sarebbe stato attribuito un ruolo di dea pagana (Raterio dice espressamente: «in dea»), il cui culto avrebbe trovato numerosi adepti. Nello stesso ambito si muove Diana, deità lunare della notte, la Cacciatrice Selvaggia; Diana, Erodiade ed Holde stanno in rapporto intercambiabile, o l’una accanto all’altra.»

A questo punto si capisce meglio perché fino al giorno del giudizio Heine faccia cavalcare Erodiade accanto ad un moro che tiene il capo del Battista in mano.

«E la terza, che il tuo cuore/così forte allor commosse/Dì, sai tu se un diavol, come/Le due prime, anch’ella fosse?/S’ella diavol fosse od angelo,/Io l’ignoro. Oh se sapessi/Dove il diavolo cominci/Ne la donna e /l’angiol cessi!/Il suo bianco ardente viso/Rammentava le contrade/D’Oriente, le sue vesti/La sultana/Scheherezade./ Era il naso un bianco giglio/E le labbra melagrane;/Come palme in mezzo a un’oasi,/Le sue membra svelte e sane./Venia sopra un caval bianco;/D’ambo i lati aveva un moro,/che, trottando a piè,/reggeva/colla man la briglia d’oro./La bellissima d’Erode/Sposa ell’era di Giudea/La regina, che un dì ‘l capo/Del Battista al re chiedea/per tal colpa, fin al giorno/del giudizio ell’è dannata/Ad errar, notturno/spettro,/Ne la caccia scellerata./Porta sempre nelle mani/Il vassoio con la testa/Di Giovanni; e di guardarla,/Di baciarla mai non resta./ Poi che amollo essa.[…]»

Enrico Heine. Poesie. Trad. it. Giuseppe Chiarini. Bologna, Zanichelli, 1923.

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