Zolfo, salsiccia, e cinque gocce di Chanel

adorno musica moderna

Pacific Palisades è un agglomerato urbano di circa trentamila abitanti sito all’interno di Los Angeles, una striscia di terra delimitata a est da Brentwood, a ovest da Malibu e Topanga, e dalla Baia di Santa Monica a sud. Zona residenziale costituita principalmente da grandi edifici, condomini e ville, ma anche da parchi di notevoli dimensioni e da interessanti percorsi escursionistici, Pacific Palisades sale alla ribalta nei primi anni Trenta, quando per tutto il decennio non smette di essere il punto di approdo di un flusso ininterrotto d’intellettuali tedeschi in fuga dal Terzo Reich.

Destinazione privilegiata dell’intellighenzia di Weimar, la zona che da Brentwood, Bel Air e Beverly Hills arriva fino ad Hollywood vede arrivare compositori del calibro di Hanns Eisler, Erich Wolfgang Korngold ed Ernst Toch, direttori d’orchestra come Bruno Walter ed Otto Klemperer, filosofi come il Max Horkheimer, già professore all’Università di Francoforte e direttore dell’Istituto per la Ricerca Sociale che, trasferitosi alla Columbia University nel 1934, batte in lungo e in largo la costa orientale, portando con sé, a turno, a supportarlo nelle sue trasferte didattiche, gli associati Herbert Marcuse, Leo Löwenthal, e Theodor Wiesengrund Adorno, l’allievo di Alban Berg al quale Thomas Mann chiederà conforto durante la stesura del Doktor Faustus. «Cerco» scriverà Mann «un consigliere per un adeguato fondamento di teoria musicale del romanzo, e dopo la lettura della Sua Filosofia della nuova musica, mi sono deciso a chiedere un suo aiuto.»1

È l’estate del 1943, Adorno è sulla china dei quarant’anni, Mann ne ha appena compiuti sessantotto, e dopo essere stato visiting fellow a Princeton vive da due anni a Pacific Palisades. Si è trasferito con la moglie dal 740 di Amalfi Drive al 1550 di San Remo Drive, nella villa signorile che egli stesso ha fatto costruire e dove col tempo lo hanno raggiunto il fratello Heinrich, e poi Franz Werfel, Lion Feuchtwanger, e Alfred Döblin, e Leonhard Frank, tanto che a un certo punto la colonia tedesca in California si è fatta così massiccia che in una nota a Karl Kerényi Mann si è chiesto se abbia ancora senso chiamare la condizione dei tedeschi in quell’area «un esilio», presupponendo questo termine l’attesa del ritorno in una patria che in Europa sta sempre più dissolvendosi sotto i colpi della follia.2 Ed è durante l’esilio dorato negli Stati Uniti che Mann, uomo di destra tradizionalmente avulso dalle masse e contrario alle sollevazioni di piazza, al quale nondimeno fin dal 1936 il governo nazista ha revocato la cittadinanza tedesca, confiscati i beni e messo all’indice le opere, raggiunge l’apice del proprio impegno politico e antifascista scendendo apertamente in campo in quello che oramai, più che una guerra, si configura come apocalittico scontro di forze trascendenti, di Bene e Male.

Theodor W. Adorno. Filosofia della Musica Moderna. Torino, Einaudi, 2002.

1 Cfr. Theodor W. Adorno/Thomas Mann: Briefwechsel 1943-1955, a cura di Christoph Goedde e Thomas Sprecher, Frankfurt am Main, Suhrkamp, 1995, vol. III, p. 33.
2 Cfr. la lettera a Karl Kerényi del 18 febbraio 1941, in Mythology and Humanism, Ithaca, New York, Cornell, 1975, p. 101.
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