Una vecchia questione

L’aver stabilito che ovunque nel mondo un sol bemolle e un fa diesis devono vibrare alla stessa frequenza, e che il tasto che li produce dev’essere uno, e il medesimo, per entrambe le note, non è bastato ad allontanare definitivamente lo spettro del demoniaco, ossessione che in musica torna ciclicamente, manifestandosi non solo nella dissonanza ma anche nel ritmo e nello stesso intervallo, alimentata da quella che, a detta di Vittorio Mathieu, resterebbe la tentazione per eccellenza, ovvero quella di «oltrepassare le colonne d’Ercole tra natura inorganica e natura organica». Un passaggio dal forte odore di zolfo, nel quale la musica si sostituisce all’alchimia come «mezzo fondamentale a disposizione dell’uomo per superare la barriera della natura e, quindi, per non riconoscersi legato a una natura fatta da Dio […]».

Ma proprio a quest’obiettivo Thomas Mann avrebbe destinato l’attività compositiva dell’Adrian Leverkühn protagonista del suo Doktor Faustus; e non a caso è su questo romanzo che la riflessione di Mathieu s’impenna, chiamando in causa, nel contrappunto dell’orfismo e della linea di pensiero che da Pitagora conduce a Kant, e a Schopenhauer e a Nietzsche, i risvolti più apertamente esoterici del gesto musicale, secondo una concezione che, pitagoricamente, assegna alla musica un effetto concreto sulla realtà, negandone recisamente ogni carattere ludico, o di svago, o trastullo, o gioco intellettuale avulso dalla connotazione metafisica ed escatologica del gesto artistico.

Chiave d’accesso verso dimensioni dello spirito altrimenti precluse alla logica diurna, sentiero periglioso verso quell’anima che, è bene ricordare, è il vero fine cui tende l’alchimia, la musica reca con sé la possibilità di esercitare un’azione magico-religiosa sulla realtà materiale; intervenire sulla realtà attraverso la scienza dei suoni, è dunque atto manifestamente magico, ponte di congiunzione tra udibile ed inudibile, visibile ed invisibile, gesto alchemico che trova nell’imitazione la più vera e precipua dimensione demoniaca, la riproduzione ponendosi giocoforza in contrasto con l’unicità e spalancando le porte a quell’arte “tascabile” nella quale l’artista – anche laddove non ne esca esautorato della propria funzione demiurgica – non può che concentrarsi sulla salvaguardia delle cose ultime, sulla preservazione di quegli eskatà che nell’inarrestabile processo di uniformazione sociale ancora costituiscono una possibilità d’infinito, la speranza di mantenere in vita la missione più specifica ed originaria dell’arte: quella di “tradurre” il sacro. Non, quindi, di imitarlo, come appunto è caratteristico della magia, ma di salvaguardarlo, tenendolo al riparo dall’inferno di un presente che negli anni Quaranta del Novecento sembra davvero preludere all’Apocalisse.

Vittorio Mathieu, La voce, la musica il demoniaco. Con un saggio sull’interpretazione musicale, Milano, Spirali Edizioni, 1984.

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