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Temperamenti

In termini di linguaggio musicale, il modo precede la scala; e se quest’ultima è una costruzione teorica derivante da un intervento intellettuale, il modo esprime «una realtà culturale che definisce l’organizzazione e la natura degli intervalli in un determinato contesto melodico».

Tecnicamente, sia scala che modo non sono che segmentazioni del continuum sonoro in unità conchiuse, giustapposte e collocate nell’ambito di un intervallo, come ad esempio quello occidentale di ottava, che è suddiviso appunto in otto unità, o gradi; ma esistono scale, come quella indiana o quella araba, che hanno ventidue o ventiquattro gradi, a seconda della concezione filosofica, religiosa, etica o numerologica che le sostiene e che, a seconda del maggiore o minore numero di segmentazioni, educano l’orecchio a una maggiore o minore sensibilità e capacità d’intonazione sulle frequenze intermedie e sui cosiddetti microtoni, ovvero su quelle vibrazioni che non corrispondono a quozienti perfetti e che di conseguenza non trovano corrispondenza nella suddivisione musicale adottata in Occidente con il temperamento equabile.

La diversa corrispondenza tra suono e numero, quindi tra suono e segno scritto, così come tra vibrazione e percezione, orecchio e intelletto, dischiude una serie di problematiche, speculative prima che esecutive, di cui il musicista può anche ignorare la portata e le conseguenze, ma che il musicologo, o quantomeno colui che interpreti la musica non solo come produzione di suoni ma anche come vocazione, e concreta possibilità di crescita intellettuale e spirituale, non può in tutta onestà eludere; e dimostrarne il perché è anche uno degli auspici di questo articolo, ispirato da una domanda che da anni mi tiene in scacco, ovvero, in estrema sintesi: perché ciò che non è «tonale»è così affascinante?

È stato Vittorio Mathieu, in un fondamentale saggio degli anni Ottanta, ad illustrare come dalla necessità, percepita appunto come etica, di esorcizzare il pericolo della dissonanza e d’istituire quindi una perfetta corrispondenza tra suono e numero, sarebbe scaturita nel corso del Settecento l’artificiosa trasformazione del “mezzo tono” pitagorico nel “semitono” matematicamente standardizzato che dopo Johann Sebastian Bach sta alla base del temperamento equabile e che ha reso la tecnica di accordatura dei pianoforti perfettamente uniforme in ogni angolo della terra, a Berlino come a Tokyo.

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